Scrivere Che Ridere

scritto da Domenico De Ferraro
Scritto Ieri • Pubblicato 14 ore fa • Revisionato 14 ore fa
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Autore del testo Domenico De Ferraro

Testo: Scrivere Che Ridere
di Domenico De Ferraro

 

SCRIVERE CHE RIDERE

 

A volte durante la mia vita ci sono stati momenti in cui  la mia idea de letteratura underground annava ogni giorno  sempre più scemando, forse  in seguito alla piatta vita di ogni giorno , sempre le stesse cose , sempre a sentire lamenti , a discutere con quello o con quell’altro di come certe cose potrebbero  andare meglio. L’individualismo poi dell'esasperato femminismo sociale , incentrato  nella  sacro santa sacralità della donna mi aveva messo quasi a tappeto. Il fatto di dover dimostrare a un certo punto ,  d’essere  un super maschio  me metteva in crisi mistica.

Nun è che avessi smesso de crede nel potere della fantasia e dell’amicizia . Questo sarebbe stato troppo facile. Era peggio: continuavo a crederce, però sempre meno nell’idea che potessero servì a quarcosa.

I miei profitti letterari poi oscillavano regolarmente intorno allo zero, come un pianeta morto che girasse attorno a un sole spento. Scrivevo, correggevo, racconti, mandavo manoscritti, rispondevo a editori e piattaforme digitali che me promettevano visibilità, pubblico, un futuro in veste di famoso scrittore .Tutto inutile , tutto tempo perso. Ma non mi scoraggiavo , sapevo che dovevo continuare , credere , sperare, in verità la poesia mi è  sempre piaciuta, mi ha fatto senti sempre libero , migliore di quello che dovrei dimostrare d’essere in questa società in cui normalmente vivo e cresco, maturo e moro.

La poesia, però, nun paga l’affitto. A fine mese  aspettavo lo stipendio. E intanto , puntualmente finivo con pochi euro in tasca . Era una scocciatura , mi volevo a volte , menà de sotto. Per la vergogna de dover ammettere d’essere stato sconfitto dal sistema , poi ripensavo al mio sogno giovanile, ripensavo a chi ancora me voleva un po’ de bene. Cosi accendevo la radio e me mettevo ad ascoltare la musica.

Quei pochi euro che avevo  li tenevo nel portafoglio come fossero reliquie. Ogni volta che lo aprivo, li contavo. Non perché pensassi che nel frattempo fossero aumentati, ma perché la povertà, a una certa età , diventa una specie de rito religioso. Un euro te fa sentire europeo , ma  in vero non lo sei , sei uno che non conta nulla , fai parte di un sistema economico cosi grande che te ritrovi ad essere una semplice  pedina, un insignificante essere umano nato  in Europa. Intanto me conto quei pochi euro rimasti.  Cinque euro. Poi tre. Poi due e cinquanta.

«Bravo», me dico. «Con questi c’e compri quasi un sogno.» Con questi non puoi neppure andare da una  così che quella te urli in faccia e con questi vai a pagare i bisogni nel bagno pubblico, avvedi dartene , Squallido solo a pensarci. Me rode dentro la sconfitta. Il fatto d’essere arrivato a questo punto, o forse hanno voluto farmi arrivà a questo punto . Chi poi ?  il sistema , la politica, la società ed ecco che riprendo a lamentarmi e a maledire questa società .

Quella mattina avevo acceso la radio. Si poteva sentire musica  folk. Una chitarra lenta, una voce roca, una storia de gente che partiva senza sapé dove sarebbe arrivata. Poi arrivò er blues. E io rimasi fermo davanti alla finestra.

La metropoli era là sotto, enorme e stanca. Le macchine autonome scorrevano sulle strade con la precisione chirurgica . I droni consegnavano pacchi sui terrazzi. I palazzi antichi erano stati restaurati con materiali innovativi  , ma , sembravano ancora più vecchi de prima. Tutta l’edilizia della capitale era stata trasformata rinnovata con materiali di ultima generazione capaci di armonizzarsi all’ambiente naturale . Cosi caldo ed il freddo erano regolati da congegni interni alle strutture .

In quei giorni de fine estate pensai d’andare ad Amsterdam . Mi era sempre piaciuto l’idea d’ annacce. Fare na passeggiata  .Non per vacanza. Solo pe’  visitare , farsi un bagno. Volevo vedé i canali  storici ,la casa di Anna Frank  ,  farmi una passeggiata per piazza Dam senza che nessuno me chiedesse cosa stessi producendo, vendendo, pubblicando.

Cosi   mi reco in una agenzia de viaggi  nei pressi della Garbatella , prendo  la metro  vicino  casa mia  in pochi minuti c’arrivai . L’alta velocità  ha risolto le distanze. Ma non ha risolto la povertà. Uscii de casa e me misi a camminà. Passai davanti a una chiesa de quartiere. Le porte erano spalancate. Dentro c’era diversa gente seduta in silenzio e un prete parlava davanti a un altare circondato da piccoli apparecchi luminosi. Metteva apposta i sacri monili , dava direttive , sorrideva a chiunque s’avvicinasse soprattutto sorrideva alle donne , ad osservarlo bene , vicino alle donne diventava un altro , non me sembrava più un prete ma un fusto , un  play boy pronto a stringere la sua coniglietta  tra le braccia.

Le chiese locali de periferia  dispensano lo Spirito Santo come se fosse diventato una necessità pubblica.

Entrai.

Non perché fossi particolarmente religioso. Avevo solo bisogno de  stare al fresco de pensa in pace ai fatti miei .

Il prete mi guardò.

«Figliolo, sei afflitto?»

«Parecchio.»

«Hai perso la fede, te vedo poco qui in chiesa ?»

«No.»

«E allora cosa hai perso?»

Ci pensai.

«Er conto in banca.»

Il prete sorrise.

«Quello purtroppo non lo posso sistemà io.»

«E allora a che serve lo Spirito Santo?»

Il sorriso gli sparì.

«A ricordarci che non tutto ha un prezzo.»

Mi sedetti.

Per qualche minuto ascoltai.

Fuori passavano automobili elettriche, l’eco della pubblicità , droni della sicurezza e gente che parlava al videotelefono . Il mondo andava avanti  nel progresso di ogni giorno , nella legalità e nella pubblicità nella molteplicità etnica  nell’essere super  e amanti sempre disponibili , adulatori , e schiavi del sacro. Si schiavi del potere , figli di un essere  senza nome e senza sesso.

Dentro,  in chiesa invece, c’era silenzio.

Pensai che forse era quello il vero lusso del domani .

Il silenzio.

Quando uscii, il traffico m’investì di nuovo.

Cosi  capii una cosa. Le chiese potevano dispensare lo Spirito Santo quanto je pareva, ma i demoni der vivere moderno crescevano ogni giorno. Non avevano corna. Avevano contratti sempre pronti da farti firmare . Non sputavano fuoco. Mandavano notifiche. Non ti inseguivano co’ un forcone. Ti ricordavano che eri in ritardo col pagamento.

 

Quella sera tornai a casa. Per dimenticare il tanto male. Del vivere moderno. Accesi di nuovo la musica. Folk. Poi blues. Mi sdraiai sul letto e guardai er soffitto. Pensai ad Amsterdam . Pensai al mare. Pensai a tutti i romanzi che avrei voluto scrive.

Forse la letteratura non era morta. Forse ero morto io, almeno un poco, dentro l’idea che avevo avuto della letteratura.

Forse uno scrittore non scrive perché guadagna.

Scrive perché, nonostante tutto, c’è qualcosa che ancora nun riesce a tenesse dentro.

Presi il computer. Sul display comparve: Nuovo documento. Rimasi a guardarlo. Poi cominciai a scrivere. Non sapevo se c’avrei guadagnato un euro. Non sapevo se qualcuno avrebbe letto. Non sapevo nemmeno se l’aereo per Amsterdam  sarebbe mai diventato , abbastanza economico da permettermelo.

Però quella notte scrissi. E mentre fuori la metropoli  continuava a correre  verso un futuro che nessuno aveva veramente desiderato , io sentii in lontananza un assolo  blues. Lento. Storto. Umano . E per la prima volta da parecchio tempo me venne da pensà che forse bastava quello. Almeno pe’ quella sera d’estate,  seduto  da solo a guardare le luci della città , fuori al balcone de casa mia….

Scrivere Che Ridere testo di Domenico De Ferraro
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